Ho un biglietto per venerdì…

Ogni viaggio, da qualsiasi posto tu parta e con qualsiasi meta, è un viaggio dentro l’anima…
A partire da quando fai la valigia.
È un momento drammatico che ti costringe a fare chiarezza in te stesso: cosa lascio e cosa porto? cos’è fondamentale che ci sia nella valigia? di cosa la mia vita può fare a meno?
Ed è incredibile come alcune sono sempre le stesse, sono le fondamentali mentre altre cambiano ogni volta, a seconda dello stato d’animo, del periodo della vita in cui uno si trova e al variare della meta del viaggio…
E la cosa più difficile, sempre, è decidere quali pensieri portare via e quali lasciare ad aspettarti nel momento in cui farai ritorno.
Così ogni valigia ha una sua storia a parte, un suo perché… Ogni valigia è un autoritratto perfetto… Ed è curioso vedere come cambia tra l’andata e il ritorno…
Poi c’è il viaggio vero e proprio… puoi partire da casa anche con 3 ore di anticipo ma l’ansia che tu nn faccia in tempo ti assale comunque… il treno parte e non ti aspetta, ergo se sei lì quando parte bene, se non sei lì, non parti e tutto questo fa si che la stazione sia uno dei posti più caotici in assoluto dove la gente in preda al delirio fa cose assurde…
Poi arriva il momento in cui il treno parte, saluti la tua città, il tuo mondo, verso qualcosa che conosci o meno, ma che non sarà mai come ti aspetti, nel bene o nel male…
Durante il viaggio qualsiasi cosa tu stia facendo (e io di solito faccio di tutto in treno, dallo scannerizzare libri, trasportare illegalmente pesci dentro vasi di vetro…) c’è un momento in cui ti perdi a guardare fuori e la tua mente inizia a perdersi… Ed è un momento splendido in cui sei come in tutti i luoghi contemporaneamente e la tua anima prende il sopravvento… E lì mi perdo come Alice nel paese delle meraviglie…
E così ogni viaggio ti cambia, a volte poco e a volte molto… ma comunque resta il fatto che non tornerai mai come prima…
Sono quasi 5 anni che vivo con la valigia al seguito tra una meta e l’altra e spesso tutto ciò mi confonde infinitamente… a volte fare quella valigia mi pesa tantissimo a volte mi fa sentire libera…a volte ho voglia di partire altre volte non vorrei andarmene mai…

…oh!

“Per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi x parlare, pazzi x essere salvati, vogliosi d’ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali che esplodono tra le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oh!”

J. Kerouac

Piove…

In ogni goccia di pioggia c’è racchiusa un po’ di malinconia che cade sulla terra e che spesso mi avvolge e mi bagna, ma c’è una cosa che riesce a farmi amare la pioggia, anche se per un solo istante… ed è questa poesia:

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde

al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
 
Gabriele D’Annunzio